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    <title>Luca Schenato</title>
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    <pubDate>Mon, 18 May 2026 05:09:28 +0000</pubDate>
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      <title>Luca Schenato</title>
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      <title>Le lingue rotolano</title>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;Una concezione molto diffusa è che le lingue siano una delle cose più stabili che ci siano. Qui si parla così, era così in passato e sarà così in futuro. Per sempre, immutabilmente. In realtà non è per nulla così.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;A noi sembra che le lingue siano enormi massi inamovibili, qualcosa di fisso nel tempo, di immutabile, di inamovibile. La nostra esperienza ci porta a pensare in questo modo, che le lingue siano massi enormi. In realtà le lingue sono sassolini. Sassolini che rotolano, portati dai fiumi, alla mercè della corrente, mai fermi. Da una generazione all’altra, nel giro quindi di pochi anni, le cose possono cambiare radicalmente: lingue che sembravano massi di diverse tonnellate si rivelano essere sassolini di pochi grammi trascinati via. Il mondo è pieno di esempi.&#xA;&#xA;Taiwan per la gran parte della sua storia ha avuto la ventina di lingue indigene austronesiane, l’hokkien e l’hakka. poi nel 1895 sono arrivati i giapponesi e il giapponese è diventato la lingua dell’amministrazione, della scuola e della cultura; per esempio, uno dei capolavori della letteratura taiwanese è stato scritto originariamente in giapponese. Poi nel 1945 è arrivata la dittatura del KMT che ha imposto il cinese mandarino, una lingua sconosciuta ai taiwanesi. Sono iniziati decenni di punizioni, anche corporali, a scuola se si parlavano altre lingue rispetto al mandarino, soprattutto l’odiato giapponese. La repressione linguistica ha causato l’arretramento importante di tutte le altre lingue. Nel giro di poche generazioni, la lingua madre della maggioranza dei taiwanesi è diventata il mandarino, una lingua che fino al 1945 era assente dall’isola. Da quando Taiwan è una democrazia la libertà linguistica è nettamente migliorata, ma resta il fatto che la repressione ha fatto danni enormi.&#xA;&#xA;Venendo più vicini a noi, anche in Italia si è avuta una repressione linguistica eccezionale. Tutte le lingue regionali parlate nella penisola, molte delle quali con un’importante tradizione letteraria, sono state etichettate come dialetti_, schernite e combattute, soprattutto durante il periodo fascista. Chiamare dialetto dell’italiano una lingua più antica dello stesso italiano è una di quelle cose che farebbe ridere se non avesse avuto conseguenze reali. Si ha un’idea abbastanza chiara del governo di un posto dal modo in cui tratta le lingue. Gli stati-nazione più hanno la coda di paglia, più sono insicuri e più perseguitano le lingue minoritarie. Popolazioni che perdono la loro lingua madre perché nella capitale ritengono che sia inaccettabile che ci sia gente all’interno dei confini dello stato che parli una lingua diversa. Generazioni che non riescono più a parlarsi tra loro perché il monolinguismo è il dogma ottocentesco impossibile da abbattere.&#xA;&#xA;Qui in Svizzera la situazione è diversa. Nessuno qui ha mai avuto la pazza idea di uniformare il linguaggio. Essendo il Paese una Confederazione, ogni Cantone (stato) da sempre ha badato al suo, anche riguardo la lingua. Ci capiamo tra di noi? In qualche modo ci si capisce sempre, senza drammi, senza patemi d’animo. L’idea di parlare una sola lingua è considerata così strampalata che ci hanno fatto una bella commedia di successo.&#xA;&#xA;Opinioni]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://i.snap.as/vhAB1jJ7.jpg" alt=""/></p>

<p>Una concezione molto diffusa è che le lingue siano una delle cose più stabili che ci siano. Qui si parla così, era così in passato e sarà così in futuro. Per sempre, immutabilmente. In realtà non è per nulla così.</p>



<p>A noi sembra che le lingue siano enormi massi inamovibili, qualcosa di fisso nel tempo, di immutabile, di inamovibile. La nostra esperienza ci porta a pensare in questo modo, che le lingue siano massi enormi. In realtà le lingue sono sassolini. Sassolini che rotolano, portati dai fiumi, alla mercè della corrente, mai fermi. Da una generazione all’altra, nel giro quindi di pochi anni, le cose possono cambiare radicalmente: lingue che sembravano massi di diverse tonnellate si rivelano essere sassolini di pochi grammi trascinati via. Il mondo è pieno di esempi.</p>

<p>Taiwan per la gran parte della sua storia ha avuto la ventina di <strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Formosan_languages" rel="nofollow">lingue indigene austronesiane</a></strong>, <strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Taiwanese_Hokkien" rel="nofollow">l’hokkien</a></strong> e <strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Taiwanese_Hakka" rel="nofollow">l’hakka</a></strong>. poi nel 1895 sono arrivati i giapponesi e il giapponese è diventato la lingua dell’amministrazione, della scuola e della cultura; per esempio, <strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Orphan_of_Asia" rel="nofollow">uno dei capolavori della letteratura taiwanese</a></strong> è stato scritto originariamente in giapponese. Poi nel 1945 è arrivata la dittatura del KMT che ha imposto il cinese mandarino, una lingua sconosciuta ai taiwanesi. Sono iniziati decenni di punizioni, anche corporali, a scuola se si parlavano altre lingue rispetto al mandarino, soprattutto l’odiato giapponese. La repressione linguistica ha causato l’arretramento importante di tutte le altre lingue. Nel giro di poche generazioni, la lingua madre della maggioranza dei taiwanesi è diventata il mandarino, una lingua che fino al 1945 era assente dall’isola. Da quando Taiwan è una democrazia la libertà linguistica è nettamente migliorata, ma resta il fatto che la repressione ha fatto danni enormi.</p>

<p>Venendo più vicini a noi, anche in Italia si è avuta una repressione linguistica eccezionale. Tutte le lingue regionali parlate nella penisola, molte delle quali con un’importante tradizione letteraria, sono state etichettate come <em>dialetti</em>, schernite e combattute, soprattutto durante il periodo fascista. Chiamare dialetto dell’italiano una lingua più antica dello stesso italiano è una di quelle cose che farebbe ridere se non avesse avuto conseguenze reali. Si ha un’idea abbastanza chiara del governo di un posto dal modo in cui tratta le lingue. Gli stati-nazione più hanno la coda di paglia, più sono insicuri e più perseguitano le lingue minoritarie. Popolazioni che perdono la loro lingua madre perché nella capitale ritengono che sia inaccettabile che ci sia gente all’interno dei confini dello stato che parli una lingua diversa. Generazioni che non riescono più a parlarsi tra loro perché il monolinguismo è il dogma ottocentesco impossibile da abbattere.</p>

<p>Qui in Svizzera la situazione è diversa. Nessuno qui ha mai avuto la pazza idea di uniformare il linguaggio. Essendo il Paese una Confederazione, ogni Cantone (stato) da sempre ha badato al suo, anche riguardo la lingua. Ci capiamo tra di noi? In qualche modo ci si capisce sempre, senza drammi, senza patemi d’animo. L’idea di parlare una sola lingua è considerata così strampalata che ci hanno fatto <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=wSfKb7Ixw20" rel="nofollow">una bella commedia</a></strong> di successo.</p>

<p><a href="https://luca-schenato.writeas.com/tag:Opinioni" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Opinioni</span></a></p>
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      <pubDate>Wed, 02 Oct 2024 10:46:45 +0000</pubDate>
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      <title>Il liberalismo non esonera dal leggere la stanza</title>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;Preambolo: Sanija Ameti è un’avvocata consigliera comunale di Zurigo ed esponente di spicco dei Verdi Liberali e di Operation Libero (organizzazione della quale sono membro). È agnostica, nata in Bosnia-Erzegovina da famiglia musulmana. Ha fatto scandalo in Svizzera per essersi esercitata con la pistola ad aria compressa su una riproduzione di un dipinto della Madonna con Gesù bambino e aver postato il tutto su Instagram.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Da liberale, non mi interessa molto sapere la religione della persona che ho davanti, non mi interessa molto nemmeno sapere se il mio interlocutore abbia o meno una religione. Il liberalismo si è sviluppato durante i secoli in Europa anche perché eravamo stanchi delle guerre di religione. Per secoli gli europei si sono massacrati a vicenda avendo al loro fianco la loro interpretazione del cristianesimo, il liberalismo ha cambiato questa forma mentis. Mai dare per scontata questa evoluzione: basta guardare un po’ fuori dall’Europa e si constata tristemente di come la situazione non si sia ancora evoluta in moltissime parti del mondo. Siamo molto fortunati a vivere in una società nella quale gli insulti alle religioni non sono causa di linciaggio, dobbiamo sempre tenerlo a mente.&#xA;&#xA;Sanija Ameti non è più una teenager, da politica affermata avrebbe dovuto capire che il suo gesto avrebbe causato un putiferio. In Svizzera un terzo della popolazione non ha affiliazione religiosa ma la popolazione svizzera nel suo complesso attribuisce pur sempre importanza alla religione. In inglese si dice “read the room”, letteralmente “leggere la stanza”, cioè la capacità di valutare e comprendere l&#39;umore o l&#39;atmosfera di una particolare situazione o di un gruppo di persone; la Ameti non ha per nulla letto la stanza. Per fortuna, come scritto sopra, grazie al liberalismo viviamo in una società che non uccide per le offese religiose.&#xA;&#xA;Personalmente penso che le conseguenze subite da Ameti siano state troppo pesanti: sta per essere espulsa dal suo partito ed è stata licenziata dall&#39;agenzia di pubbliche relazioni per la quale lavorava. Molti potrebbero pensare che si sia meritata tutto questo. Capisco il loro punto di vista perché postare la propria “performance” vuol dire decisamente non capire il contesto svizzero, ma da liberale mi piacerebbe vivere in una società che dà il più possibile un’alzata di spalle a simili scemenze, criticando per la mancanza di tatto ma andando poi avanti, dimenticando in fretta. Ovviamente, d’altra parte, come elettori dovremmo sempre tenere in considerazione le capacità di un politico che si rende protagonista di simili “sviste”. Questa uscita della Ameti mi fa pensare, quanto meno, che non sia molto abile a prevedere le conseguenze delle sue azioni, il che non è il massimo per un politico.&#xA;&#xA;CH]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://i.snap.as/ZAi9QCmi.png" alt=""/></p>

<p>Preambolo: Sanija Ameti è un’avvocata consigliera comunale di Zurigo ed esponente di spicco dei <strong><a href="https://verdiliberali.ch" rel="nofollow">Verdi Liberali</a></strong> e di <strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Libero" rel="nofollow">Operation Libero</a></strong> (organizzazione della quale sono membro). È agnostica, nata in Bosnia-Erzegovina da famiglia musulmana. Ha fatto scandalo in Svizzera per essersi esercitata con la pistola ad aria compressa su una riproduzione di un dipinto della Madonna con Gesù bambino e aver postato il tutto su Instagram.</p>



<p>Da liberale, non mi interessa molto sapere la religione della persona che ho davanti, non mi interessa molto nemmeno sapere se il mio interlocutore abbia o meno una religione. Il liberalismo si è sviluppato durante i secoli in Europa anche perché eravamo stanchi delle guerre di religione. Per secoli gli europei si sono massacrati a vicenda avendo al loro fianco la loro interpretazione del cristianesimo, il liberalismo ha cambiato questa forma mentis. Mai dare per scontata questa evoluzione: basta guardare un po’ fuori dall’Europa e si constata tristemente di come la situazione non si sia ancora evoluta in moltissime parti del mondo. Siamo molto fortunati a vivere in una società nella quale gli insulti alle religioni non sono causa di linciaggio, dobbiamo sempre tenerlo a mente.</p>

<p>Sanija Ameti non è più una teenager, da politica affermata avrebbe dovuto capire che il suo gesto avrebbe causato un putiferio. In Svizzera un terzo della popolazione non ha affiliazione religiosa ma la popolazione svizzera nel suo complesso attribuisce pur sempre importanza alla religione. In inglese si dice “read the room”, letteralmente “leggere la stanza”, cioè la capacità di valutare e comprendere l&#39;umore o l&#39;atmosfera di una particolare situazione o di un gruppo di persone; la Ameti non ha per nulla letto la stanza. Per fortuna, come scritto sopra, grazie al liberalismo viviamo in una società che non uccide per le offese religiose.</p>

<p>Personalmente penso che le conseguenze subite da Ameti siano state troppo pesanti: sta per essere espulsa dal suo partito ed è stata licenziata dall&#39;agenzia di pubbliche relazioni per la quale lavorava. Molti potrebbero pensare che si sia meritata tutto questo. Capisco il loro punto di vista perché postare la propria “performance” vuol dire decisamente non capire il contesto svizzero, ma da liberale mi piacerebbe vivere in una società che dà il più possibile un’alzata di spalle a simili scemenze, criticando per la mancanza di tatto ma andando poi avanti, dimenticando in fretta. Ovviamente, d’altra parte, come elettori dovremmo sempre tenere in considerazione le capacità di un politico che si rende protagonista di simili “sviste”. Questa uscita della Ameti mi fa pensare, quanto meno, che non sia molto abile a prevedere le conseguenze delle sue azioni, il che non è il massimo per un politico.</p>

<p><a href="https://luca-schenato.writeas.com/tag:CH" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">CH</span></a></p>
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      <guid>https://luca-schenato.writeas.com/il-liberalismo-non-esonera-dal-leggere-la-stanza</guid>
      <pubDate>Fri, 20 Sep 2024 08:05:05 +0000</pubDate>
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      <title>Quanta saggezza</title>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;Contrariamente a quello che molti occidentali pensano, il Giappone non è un paese dalla civiltà antica; infatti per esempio la scrittura è arrivata nell’arcipelago solo nel V secolo (d.C., non a.C.). Certo, la cultura giapponese antica e moderna è fantastica, ricchissima e variegatissima, ma non è così antica e non è così misteriosa.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Il Giappone è anche famoso per la saggezza dei suoi modi di dire, quelle frasette motivazionali che trovate su Instagram e che spesso sono giapponesi come me e di una banalità inarrivabile. Siamo nella seconda metà del 2024 ma l’esotismo va ancora forte. La triste verità è che i giapponesi sono mediamente saggi come noi e non hanno nessuna innata predisposizione alla filosofia.&#xA;&#xA;Il Giappone, se vogliamo dirla tutta, è invece pieno di proverbi orribili, con un significato che io personalmente trovo agghiacciante e che sono però ben ingranati nella società giapponese. Ne voglio proporre due, che secondo me contribuiscono a deteriorare in modo considerevole la vita dei giapponesi.&#xA;&#xA;Il primo è お客様は神様です (okyakusama wa kamisama desu), ossia “l’illustrissimo cliente è una divinità”. Noi ne abbiamo uno simile, cioè il cliente ha sempre ragione, ma diciamoci la verità, dai: non ci crede nessuno. Da noi in Europa il cliente è una persona da rispettare perché ti paga la pagnotta ma siamo tutti allo stesso livello. Umiliarsi per il cliente è una cosa vista negativamente dalla società. In Giappone invece il cliente è una divinità. Questo implica che venga trattato come una divinità, ossia con deferenza mista a timore. In Europa se vogliamo fare un buon lavoro con un cliente cerchiamo in qualche modo di entrare in connessione con lui, di essere in qualche modo amico del cliente, il cliente deve percepire che può fidarsi di noi, che siamo come amici. In Giappone il cliente è una divinità, non un tuo amico. Questo diverso atteggiamento giapponese implica frasi molto ossequiose, molto ritualistiche e un atteggiamento generale di totale sottomissione alla volontà del cliente, ovviamente generalizzando. C’è chi preferisce la finta amicizia occidentale, chi l’eccessiva deferenza giapponese; io personalmente preferisco il self-service.&#xA;&#xA;Il secondo modo di dire è 枯れ木も山のにぎわい (kareki mo yama no nigiwai), ossia “anche un albero morto aggiunge fascino alla montagna”. Qui avevo scritto che in Asia Orientale ci sono tantissimi dipendenti negli uffici rispetto alla nostra esperienza in Europa. Uno dei motivi è che anche un albero morto aggiunge fascino alla montagna. In Giappone non si butta via niente, siano impiegati inutili o caricatori dell’iPhone 3. Ogni azienda (almeno quelle medio-grandi) ha il suo considerevole numero di persone che non si sa bene perché esattamente siano impiegate o ancora impiegate. Noi cinici occidentali potremmo pensare che è una questione di raccomandazioni e protezioni dall’alto; e invece no. Semplicemente, l’abitudine (sempre generalizzando) delle aziende giapponesi è che non si licenzia, a meno che tu non abbia dato fuoco di proposito all’ufficio, te ne starai tranquillo nel tuo cubicolo per l’eternità, o verrai trasferito in un ufficio meno importante o ti verrà data una mansione meno importante. Marie Kondo non è lo standard del Giappone, è l’esatto opposto. Marie Kondo è diventata famosa in Giappone perché entrava nelle piccole case incasinatissime dei giapponesi e faceva pulizia costringendo, i proprietari a buttare via. Il minimalismo in Giappone è roba da ricchi, le persone normali hanno i loro piccoli spazi invasi da tutto. Perché? Perché anche un albero morto aggiunge fascino alla montagna.&#xA;&#xA;Giappone]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://i.snap.as/OsuYwfcW.jpg" alt=""/></p>

<p>Contrariamente a quello che molti occidentali pensano, il Giappone non è un paese dalla <em>civiltà antica</em>; infatti per esempio la scrittura è arrivata nell’arcipelago solo nel V secolo (d.C., non a.C.). Certo, la cultura giapponese antica e moderna è fantastica, ricchissima e variegatissima, ma non è <em>così</em> antica e non è <em>così</em> misteriosa.</p>



<p>Il Giappone è anche famoso per la saggezza dei suoi modi di dire, quelle frasette motivazionali che trovate su Instagram e che spesso sono giapponesi come me e di una banalità inarrivabile. Siamo nella seconda metà del 2024 ma l’esotismo va ancora forte. La triste verità è che i giapponesi sono mediamente saggi come noi e non hanno nessuna innata predisposizione alla filosofia.</p>

<p>Il Giappone, se vogliamo dirla tutta, è invece pieno di proverbi orribili, con un significato che io personalmente trovo agghiacciante e che sono però ben ingranati nella società giapponese. Ne voglio proporre due, che secondo me contribuiscono a deteriorare in modo considerevole la vita dei giapponesi.</p>

<p>Il primo è <strong>お客様は神様です</strong> (okyakusama wa kamisama desu), ossia “l’illustrissimo cliente è una divinità”. Noi ne abbiamo uno simile, cioè <em>il cliente ha sempre ragione</em>, ma diciamoci la verità, dai: non ci crede nessuno. Da noi in Europa il cliente è una persona da rispettare perché ti paga la pagnotta ma siamo tutti allo stesso livello. Umiliarsi per il cliente è una cosa vista negativamente dalla società. In Giappone invece il cliente è una divinità. Questo implica che venga trattato come una divinità, ossia con deferenza mista a timore. In Europa se vogliamo fare un buon lavoro con un cliente cerchiamo in qualche modo di entrare in connessione con lui, di essere in qualche modo <em>amico</em> del cliente, il cliente deve percepire che può fidarsi di noi, che siamo <em>come amici</em>. In Giappone il cliente è una divinità, non un tuo amico. Questo diverso atteggiamento giapponese implica frasi molto ossequiose, molto ritualistiche e un atteggiamento generale di totale sottomissione alla volontà del cliente, ovviamente generalizzando. C’è chi preferisce la finta amicizia occidentale, chi l’eccessiva deferenza giapponese; io personalmente preferisco il self-service.</p>

<p>Il secondo modo di dire è <strong>枯れ木も山のにぎわい</strong> (kareki mo yama no nigiwai), ossia “anche un albero morto aggiunge fascino alla montagna”. <strong><a href="https://luca-schenato.ch/cosi-vuoi-fare-affari-in-asia-orientale" rel="nofollow">Qui</a></strong> avevo scritto che in Asia Orientale ci sono tantissimi dipendenti negli uffici rispetto alla nostra esperienza in Europa. Uno dei motivi è che anche un albero morto aggiunge fascino alla montagna. In Giappone non si butta via niente, siano impiegati inutili o caricatori dell’iPhone 3. Ogni azienda (almeno quelle medio-grandi) ha il suo considerevole numero di persone che non si sa bene perché esattamente siano impiegate o ancora impiegate. Noi cinici occidentali potremmo pensare che è una questione di raccomandazioni e protezioni dall’alto; e invece no. Semplicemente, l’abitudine (sempre generalizzando) delle aziende giapponesi è che non si licenzia, a meno che tu non abbia dato fuoco di proposito all’ufficio, te ne starai tranquillo nel tuo cubicolo per l’eternità, o verrai trasferito in un ufficio meno importante o ti verrà data una mansione meno importante. Marie Kondo non è lo standard del Giappone, è l’esatto opposto. Marie Kondo è diventata famosa in Giappone perché entrava nelle piccole case incasinatissime dei giapponesi e faceva pulizia costringendo, i proprietari a <strong>buttare via</strong>. Il minimalismo in Giappone è roba da ricchi, le persone normali hanno i loro piccoli spazi invasi da tutto. Perché? Perché anche un albero morto aggiunge fascino alla montagna.</p>

<p><a href="https://luca-schenato.writeas.com/tag:Giappone" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Giappone</span></a></p>
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      <pubDate>Mon, 09 Sep 2024 09:39:16 +0000</pubDate>
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      <title>Cosa è casa</title>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;Io e mia moglie abbiamo fatto l’emigrazione più semplice che ci sia. Abbiamo fatto uno spostamento di tre ore di auto, in un posto dove si parla la nostra lingua madre, dove non abbiamo avuto grandi difficoltà burocratiche (essendo cittadini UE) e in una condizione di relativa sicurezza economica. Un’emigrazione di privilegio, una passeggiata di salute rispetto a tante altre persone che lasciano la loro casa e vanno verso l’ignoto o quasi.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Ciononostante, anche la nostra è stata emigrazione e anche noi quando siamo arrivati qui siamo stati spaesati per diverso tempo. La lingua sarà anche la stessa e la distanza non sarà così grande, ma il Canton Ticino non è decisamente Italia, te ne accorgi subito. Anche se non sei dall’altra parte del mondo, non hai più il tuo tessuto sociale, che era una cosa naturale e che davi per scontata nel posto dove eri prima. Intendo anche cose che possono sembrare secondarie ma sono tremendamente utili, come un elettricista di fiducia. Poi a un certo punto ti nasce un figlio e ricomincia lo spaesamento. Non hai vicino la famiglia a supportarti e sopportarti e dovete quindi fare affidamento solo su voi due. Il figlio pian piano veloce veloce cresce e il tessuto sociale si è ormai formato. Sei a casa ora?&#xA;&#xA;Mi sono spesso chiesto, come tutti gli immigrati, cosa voglia dire casa per me. I miei genitori si riferiscono a me, mia moglie e mio figlio come gli svizzeri (“la settimana prossima arrivano gli svizzeri”), un appellativo che potrebbe far storcere il naso a più di una persona qui in Ticino e in Svizzera, una di quelle persone che pensa che se non sei patrizio), sei foresto. Il concetto di casa è uno dei più complicati e soggettivi che ci sia, ognuno pensa alla sua casa, o quella che pensa sia la sua casa, in modo diverso. Ci sono anche persone che dichiarano di non avere una casa, anche se abitano nello stesso posto da quando sono nate. È un concetto soggettivo, intimo, delicato.&#xA;&#xA;Mio figlio è nato qui, sta crescendo qui, sta andando a scuola qui e probabilmente farà il servizio militare obbligatorio qui. Questa è casa sua, non ci sono dubbi. Io e mia moglie siamo arrivati da fuori, ci siamo acclimatati e amalgamati, abbiamo allegramente abbracciato le usanze locali e il nostro italiano si è anche modificato con i vocaboli locali (non dico più cartella, per me è mappetta). Io sono nato e cresciuto nella pianura più piatta, nel regno della nebbia; quando siamo arrivati qui, i primi tempi mi sembrava di essere in vacanza perché la mattina aprivo le finestre e vedevo le montagne così vicine! Poi è arrivata la sensazione di claustrofobia. Queste montagne sono così vicine eh! Dov’è l’orizzonte?  Non vedo più il sole che tramonta! Poi, per fortuna, è arrivata la sensazione di protezione. Queste mie montagne così vicine che delimitano il mio quotidiano, che piacevole sensazione di accoglienza.&#xA;&#xA;Per quanto mi riguarda, quando in macchina da sud verso nord sbuco fuori dal tunnel autostradale del Ceneri o da nord verso sud vedo l’uscita Bellinzona Sud, sento di essere arrivato a casa. Casa per me è dove sei accettato, dove hai un percorso chiaro (anche se lungo e costoso) per la cittadinanza, dove torni volentieri dopo un viaggio, dove ti senti parte della comunità e ti interessa il benessere della comunità. Oggi se penso a casa_, penso a dove sono ora, non dove sono nato e cresciuto. La casa, una persona può capitarci per caso nascendo in quel posto o può scegliersela. Io me la sono scelta, mio figlio in futuro potrà scegliersene un’altra.&#xA;&#xA;#Personale #CH]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://i.snap.as/efRa1D7t.jpg" alt=""/></p>

<p>Io e mia moglie abbiamo fatto l’emigrazione più semplice che ci sia. Abbiamo fatto uno spostamento di tre ore di auto, in un posto dove si parla la nostra lingua madre, dove non abbiamo avuto grandi difficoltà burocratiche (essendo cittadini UE) e in una condizione di relativa sicurezza economica. Un’emigrazione di privilegio, una passeggiata di salute rispetto a tante altre persone che lasciano la loro casa e vanno verso l’ignoto o quasi.</p>



<p>Ciononostante, anche la nostra è stata emigrazione e anche noi quando siamo arrivati qui siamo stati spaesati per diverso tempo. La lingua sarà anche la stessa e la distanza non sarà così grande, ma il Canton Ticino non è decisamente Italia, te ne accorgi subito. Anche se non sei dall’altra parte del mondo, non hai più il tuo tessuto sociale, che era una cosa naturale e che davi per scontata nel posto dove eri prima. Intendo anche cose che possono sembrare secondarie ma sono tremendamente utili, come un elettricista di fiducia. Poi a un certo punto ti nasce un figlio e ricomincia lo spaesamento. Non hai vicino la famiglia a supportarti e sopportarti e dovete quindi fare affidamento solo su voi due. Il figlio pian piano veloce veloce cresce e il tessuto sociale si è ormai formato. Sei a casa ora?</p>

<p>Mi sono spesso chiesto, come tutti gli immigrati, cosa voglia dire <em>casa</em> per me. I miei genitori si riferiscono a me, mia moglie e mio figlio come <em>gli svizzeri</em> (“la settimana prossima arrivano gli svizzeri”<em>)</em>, un appellativo che potrebbe far storcere il naso a più di una persona qui in Ticino e in Svizzera, una di quelle persone che pensa che se non sei <strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Patriziato_(Svizzera)" rel="nofollow">patrizio</a></strong>, sei foresto. Il concetto di <em>casa</em> è uno dei più complicati e soggettivi che ci sia, ognuno pensa alla sua casa, o quella che pensa sia la sua casa, in modo diverso. Ci sono anche persone che dichiarano di non avere una casa, anche se abitano nello stesso posto da quando sono nate. È un concetto soggettivo, intimo, delicato.</p>

<p>Mio figlio è nato qui, sta crescendo qui, sta andando a scuola qui e probabilmente farà il servizio militare obbligatorio qui. Questa è casa sua, non ci sono dubbi. Io e mia moglie siamo arrivati da fuori, ci siamo acclimatati e amalgamati, abbiamo allegramente abbracciato le usanze locali e il nostro italiano si è anche modificato con i vocaboli locali (non dico più <em>cartella</em>, per me è <em>mappetta</em>). Io sono nato e cresciuto nella pianura più piatta, nel regno della nebbia; quando siamo arrivati qui, i primi tempi mi sembrava di essere in vacanza perché la mattina aprivo le finestre e vedevo le montagne così vicine! Poi è arrivata la sensazione di claustrofobia. Queste montagne sono <em>così</em> vicine eh! Dov’è l’orizzonte?  Non vedo più il sole che tramonta! Poi, per fortuna, è arrivata la sensazione di protezione. Queste mie montagne così vicine che delimitano il mio quotidiano, che piacevole sensazione di accoglienza.</p>

<p>Per quanto mi riguarda, quando in macchina da sud verso nord sbuco fuori dal tunnel autostradale del Ceneri o da nord verso sud vedo l’uscita Bellinzona Sud, sento di essere arrivato a casa. Casa per me è dove sei accettato, dove hai un percorso chiaro (anche se lungo e costoso) per la cittadinanza, dove torni volentieri dopo un viaggio, dove ti senti parte della comunità e ti interessa il benessere della comunità. Oggi se penso a <em>casa</em>, penso a dove sono ora, non dove sono nato e cresciuto. La casa, una persona può capitarci per caso nascendo in quel posto o può scegliersela. Io me la sono scelta, mio figlio in futuro potrà scegliersene un’altra.</p>

<p><a href="https://luca-schenato.writeas.com/tag:Personale" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Personale</span></a> <a href="https://luca-schenato.writeas.com/tag:CH" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">CH</span></a></p>
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      <pubDate>Mon, 02 Sep 2024 11:00:11 +0000</pubDate>
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    <item>
      <title>Il business as usual deve finire</title>
      <link>https://luca-schenato.writeas.com/il-business-as-usual-deve-finire?pk_campaign=rss-feed</link>
      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;Dopo i consueti luglio e agosto passati a Taiwan per lavoro/studio/vacanza, io, mia moglie e mio figlio fra poco torneremo a casa in Ticino.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;È sempre bello tornare a casa e riaggiustarsi alla quotidianità di Giubiasco dopo che ci siamo costruiti una quotidianità a Linkou, un tranquillo quartiere di Nuova Taipei che, con i suoi 130’000 abitanti, ha da solo più del doppio degli abitanti di Lugano. Salutati gli amici taiwanesi e affidate a loro le nostre sempre più abbondanti cose prese per il piccolo appartamento in affitto, siamo pronti a ricominciare la nostra vita a latitudini più temperate.&#xA;&#xA;È stata la nostra quarta estate a Taiwan e per me, che da più di un decennio la frequento brevemente anche durante le altre stagioni, è una seconda casa.&#xA;&#xA;Dopo aver letto il contributo di Erkin Zunun sull’edizione del 16 agosto, ho avuto la riconferma che quando si tratta di Cina lo standard europeo dei diritti umani non si applica. Sono decenni che sappiamo che la Cina si comporta in modo mostruoso con i suoi stessi cittadini, siano essi tibetani, uiguri, dissidenti, etc etc. Eppure, business as usual. Non vorrei che nel lungo periodo la Cina si sentisse così sicura di sé e così sicura delle non-conseguenze che possa decidere di invadere la mia seconda casa, cioè l’isola-nazione democratica e libera che la Cina, per un insensato nazionalismo imperialista, pensa sia sua. Io penso che di fronte al risveglio degli imperialismi autoritari (vedi Russia con Ucraina), il business as usual non sia più tollerabile: le democrazie liberali devono capire che è una questione di sopravvivenza.&#xA;&#xA;---&#xA;&#xA;Contributo pubblicato nell’edizione del 23 agosto de La Regione&#xA;&#xA;#Taiwan #Cina]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://i.snap.as/5AdKYlyX.jpg" alt=""/></p>

<p>Dopo i consueti luglio e agosto passati a Taiwan per lavoro/studio/vacanza, io, mia moglie e mio figlio fra poco torneremo a casa in Ticino.</p>



<p>È sempre bello tornare a casa e riaggiustarsi alla quotidianità di Giubiasco dopo che ci siamo costruiti una quotidianità a Linkou, un tranquillo quartiere di Nuova Taipei che, con i suoi 130’000 abitanti, ha da solo più del doppio degli abitanti di Lugano. Salutati gli amici taiwanesi e affidate a loro le nostre sempre più abbondanti cose prese per il piccolo appartamento in affitto, siamo pronti a ricominciare la nostra vita a latitudini più temperate.</p>

<p>È stata la nostra quarta estate a Taiwan e per me, che da più di un decennio la frequento brevemente anche durante le altre stagioni, è una seconda casa.</p>

<p>Dopo aver letto <strong><a href="https://bsky.app/profile/luca-schenato.ch/post/3kzvdgs5vxj22" rel="nofollow">il contributo di Erkin Zunun</a></strong> sull’edizione del 16 agosto, ho avuto la riconferma che quando si tratta di Cina lo standard europeo dei diritti umani non si applica. Sono decenni che sappiamo che la Cina si comporta in modo mostruoso con i suoi stessi cittadini, siano essi tibetani, uiguri, dissidenti, etc etc. Eppure, business as usual. Non vorrei che nel lungo periodo la Cina si sentisse così sicura di sé e così sicura delle non-conseguenze che possa decidere di invadere la mia seconda casa, cioè l’isola-nazione democratica e libera che la Cina, per un insensato nazionalismo imperialista, pensa sia sua. Io penso che di fronte al risveglio degli imperialismi autoritari (vedi Russia con Ucraina), il business as usual non sia più tollerabile: le democrazie liberali devono capire che è una questione di sopravvivenza.</p>

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<p><strong><a href="https://www.laregione.ch/i-contributi/lettere-dei-lettori/1777151/il-business-as-usual-deve-finire" rel="nofollow">Contributo</a></strong> pubblicato nell’edizione del 23 agosto de La Regione</p>

<p><a href="https://luca-schenato.writeas.com/tag:Taiwan" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Taiwan</span></a> <a href="https://luca-schenato.writeas.com/tag:Cina" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Cina</span></a></p>
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      <guid>https://luca-schenato.writeas.com/il-business-as-usual-deve-finire</guid>
      <pubDate>Sat, 24 Aug 2024 08:26:38 +0000</pubDate>
    </item>
    <item>
      <title>Come i fiumi</title>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;L’Adige, il Po, il Ticino, il Reno, il Danubio. Sono tutti fiumi, ben riconoscibili e identificabili. Tuttavia, se ci pensiamo, è un po’ strano. L’essenza di un fiume, cioè la sua acqua, cambia constantemente, eppure quel fiume lo identifichiamo sempre come quello specifico fiume, con il suo nome e la sua identità. Potremmo dire che in realtà il fiume è il suo letto, ma senza acqua in realtà non è più un fiume, è un letto di un fiume in secca.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Spesso si sente dire che per il buddhismo il sé non esiste. In realtà il Buddha dice una cosa un po’ diversa, ossia che il sé è un’illusione perché è un insieme di cinque aggregati (forma, coscienza, etc etc) che emergono in modo dipendente uno dall’altro, in continuo cambiamento e assolutamente non eterni; come i fiumi. Quello che chiamiamo io sarebbe un insieme in continuo cambiamento che ci dà l’impressione che esista una cosa chiamata sé.&#xA;&#xA;Quasi ogni giorno la sera prima di cena o prima di andare a letto faccio meditazione, circa 30 minuti. Praticamente ogni giorno (se sono a casa) prendo il mio zabuton e il mio cuscino da sotto il letto, mi siedo davanti alla statuetta del Buddha (quella bellissima nella foto, è degli anni &#39;80, in ferro e viene dal Giappone) che ho sul comodino, chiudo gli occhi e inizio a meditare. Io sono uno scettico per natura, lo sono da quando all&#39;età di 8 anni ho capito che Babbo Natale non esisteva. Il mio approccio alla meditazione è stato quindi all&#39;insegna di un sano scetticismo. Da sano scettico, posso dire che la meditazione ha migliorato la qualità della mia vita. Persino mia moglie è arrivata a dirmi che si vede quando non medito; cioè, quando non medito per qualche giorno, divento più stronzo. Non sto dicendo che la meditazione sia un&#39;esperienza catartica, no, non succede nulla nella meditazione. I primi mesi ho fatto molta fatica perché non ne vedevo l&#39;utilità. Ma gradualmente, con il tempo, si costruisce una base di tranquillità e una mente rilassata che permette di concentrarsi sul qui e ora.&#xA;&#xA;Durante la meditazione mi soffermo spesso su questi aggregati che compongono il sé. Mentre sono con la mente (relativamente) concentrata sul qui e ora, è (relativamente) più semplice riflettere sull’illusione di un io permanente e immutabile. Trovo molto rilassante e confortante pensare a quello che si definesce io come a un flusso di diversi aggregati in costante cambiamento. Questo non vuol dire sminuire concetti molto importanti nella vita quotidiana come la responsabilità individuale ma mettere le cose in prospettiva: è salutare non essere ossessionati dal concetto di io; siamo aggregati, siamo connessi, siamo un flusso.&#xA;&#xA;Dhamma]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://i.snap.as/r067mpgG.jpg" alt=""/></p>

<p>L’Adige, il Po, il Ticino, il Reno, il Danubio. Sono tutti fiumi, ben riconoscibili e identificabili. Tuttavia, se ci pensiamo, è un po’ strano. L’essenza di un fiume, cioè la sua acqua, cambia constantemente, eppure quel fiume lo identifichiamo sempre come quello specifico fiume, con il suo nome e la sua identità. Potremmo dire che in realtà il fiume è il suo letto, ma senza acqua in realtà non è più un fiume, è un letto di un fiume in secca.</p>



<p>Spesso si sente dire che per il buddhismo il sé non esiste. In realtà il Buddha dice una cosa un po’ diversa, ossia che il sé è un’illusione perché è un insieme di cinque aggregati (forma, coscienza, etc etc) che emergono in modo dipendente uno dall’altro, in continuo cambiamento e assolutamente non eterni; come i fiumi. Quello che chiamiamo <em>io</em> sarebbe un insieme in continuo cambiamento che ci dà l’impressione che esista una cosa chiamata sé.</p>

<p>Quasi ogni giorno la sera prima di cena o prima di andare a letto faccio meditazione, circa 30 minuti. Praticamente ogni giorno (se sono a casa) prendo il mio zabuton e il mio cuscino da sotto il letto, mi siedo davanti alla statuetta del Buddha (quella bellissima nella foto, è degli anni &#39;80, in ferro e viene dal Giappone) che ho sul comodino, chiudo gli occhi e inizio a meditare. Io sono uno scettico per natura, lo sono da quando all&#39;età di 8 anni ho capito che Babbo Natale non esisteva. Il mio approccio alla meditazione è stato quindi all&#39;insegna di un sano scetticismo. Da sano scettico, posso dire che la meditazione ha migliorato la qualità della mia vita. Persino mia moglie è arrivata a dirmi che si vede quando non medito; cioè, quando non medito per qualche giorno, divento più stronzo. Non sto dicendo che la meditazione sia un&#39;esperienza catartica, no, non succede nulla nella meditazione. I primi mesi ho fatto molta fatica perché non ne vedevo l&#39;utilità. Ma gradualmente, con il tempo, si costruisce una base di tranquillità e una mente rilassata che permette di concentrarsi sul qui e ora.</p>

<p>Durante la meditazione mi soffermo spesso su questi aggregati che compongono il sé. Mentre sono con la mente (relativamente) concentrata sul qui e ora, è (relativamente) più semplice riflettere sull’illusione di un io permanente e immutabile. Trovo molto rilassante e confortante pensare a quello che si definesce <em>io</em> come a un flusso di diversi aggregati in costante cambiamento. Questo non vuol dire sminuire concetti molto importanti nella vita quotidiana come la responsabilità individuale ma mettere le cose in prospettiva: è <em>salutare</em> non essere ossessionati dal concetto di io; siamo aggregati, siamo connessi, siamo un flusso.</p>

<p><a href="https://luca-schenato.writeas.com/tag:Dhamma" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Dhamma</span></a></p>
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      <pubDate>Wed, 21 Aug 2024 02:07:45 +0000</pubDate>
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      <title>Taiwan, ossia una storia di colonizzazioni</title>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;Raccontare la storia di Taiwan vuol dire essenzialmente raccontare la storia di colonizzazioni, una dietro l’altra. Ogni colonizzazione ha lasciato tracce nel tessuto dell’isola e ha contribuito a formare l’unicità della società taiwanese attuale.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Per la stragrande maggioranza della sua storia umana, Taiwan è stata abitata unicamente da diverse popolazioni austronesiane, ci sono tracce di presenza umana già 15000 anni fa, quindicimila! Taiwan è addirittura la culla delle popolazioni austronesiane, quelle che oggi sono in Malesia, Indonesia, Filippine, Micronesia, Melanesia, Polinesia, Nuova Zelanda, Madagascar. Tutti questi popoli e le lingue che parlano hanno la loro origine a Taiwan, da qui sono partiti a ondate successive per colonizzare l’Oceano Pacifico…e il Madagascar! Oggi i popoli indigeni austronesiani di Taiwan sono circa il 3% della popolazione, circa 600.000 persone. Il governo di Taiwan oggi riconosce 16 gruppi, nella realtà sono di più ma il processo di riconoscimento è molto difficile e lungo.&#xA;&#xA;Taiwan fino al XVII secolo è fuori dalla civiltà cinese. Tradizionalmente nella cultura cinese la civiltà finiva sulle rive del mare, prendere una barca per andare ad abitare terre al di là del mare non era un’opzione presa in considerazione. Taiwan, oltre a essere la casa delle popolazioni austronesiane di cui sopra, era solo una comoda base logistica per i pirati cinesi, giapponesi e delle Ryukyu, fuori dalla giurisdizione di qualunque entità statale.&#xA;&#xA;Nel 1624 la Compagnia delle Indie Orientali olandese (VOC) inizia la colonizzazione del sud dell’isola. Gli olandesi usano Taiwan come punto d’appoggio per commerciare con la Cina e il Giappone; commerciano anche con gli indigeni, soprattutto pelli di cervo. Gli olandesi avviano anche lo sfruttamento agricolo, per questo hanno bisogno di manodopera, dato che gli indigeni non ci pensano minimamente a diventare agricoltori. La VOC quindi incoraggia l&#39;immigrazione cinese a Taiwan. La VOC pubblicizza Taiwan ai cinesi con terreni gratuiti e un sistema esentasse; a volte pagano persino i cinesi per trasferirsi a Taiwan. Di conseguenza, flussi costanti di immigrati cinesi dal Fujian e Guangdong attraversano lo stretto e diventano coltivatori di riso e zucchero. Sono gli olandesi nel XVII secolo che iniziano la sinificazione di Taiwan.&#xA;&#xA;Nel nord dell’isola nel frattempo c’è anche un piccola presenza spagnola, più limitata e modesta rispetto a quella olandese. Gli spagnoli durano solo dal 1626 al 1642, quando vengono cacciati dagli olandesi, preoccupati dalla prensenza di questo ingombrante vicino.&#xA;&#xA;I missionari olandesi hanno avuto un discreto successo nel convertire al cristianesimo le popolazioni indigene e sono stati i primi occidentali a studiare le molte lingue parlate sull’isola. Quando nel XIX secolo i missionari cristiani tornano (soprattutto americani), spesso ascoltano storie tramandate di villaggi che si erano convertiti alla religione degli stranieri. L’aspetto olandese di uso quotidiano che rimane nella Taiwan di oggi sono i kah (in hokkien taiwanese), cioè l’unità di misura dei terreni, che deriva dall’olandese morgen).&#xA;&#xA;Nel frattempo in Cina nel 1644 la dinastia dei Ming finisce. I manciu, una popolazione nomade che abitava più o meno nell’attuale Manciuria, conquistano Pechino e fondano la dinastia Qing. Per i cinesi dell’epoca è uno shock dato che i manciu sono completamente estranei alla cultura cinese, sono dei barbari che vengono da fuori la civiltà. Nel sud della Cina nascono gruppi di lealisti Ming e uno di questi, il più importante, è quello del pirata-commerciante Koxinga (il post precedente per la storia completa di Koxinga). Questi per assicurarsi una base dalla quale lanciare attacchi ai Qing, decide di invadere Taiwan e scacciare gli olandesi. Ci riesce. Nel 1661 gli olandesi vengono cacciati da Taiwan e nell’isola per la prima volta viene istituita un’autorità cinese, chiamato regno di Tungning. Se andate a Tainan potete vedere i resti di Fort Zeelandia degli olandesi. L’anno successivo però Koxinga muore. I suoi eredi terranno il regno fino al 1683 quando si arrenderanno ai Qing. Questi in modo molto riluttante decidono di far entrare nel loro impero la parte occidentale dell’isola, quella che si affaccia sullo stretto e quella nella quale ci sono insediamenti cinesi. I manciu sono con i piedi piantati sulla terraferma ancora più dei cinesi; acconsentono al dominio precario su metà dell’isola unicamente per evitare che tornino potenze occidentali o lealisti Ming. Nella parte orientale dell’isola le popolazioni indigene austronesiane continuano la loro vita, a differenza di quelle nella parte occidentale che sono o assimilate dai cinesi o respinte in posizioni sempre più marginali.&#xA;&#xA;I successivi due secoli sono la storia dei Qing che provano invano a limitare l’immigrazione di cinesi verso Taiwan, i cinesi a Taiwan che rubano terreni agli indigeni ma anche il commercio e le unioni familiari tra cinesi e indigeni.&#xA;&#xA;La situazione a Taiwan cambia in modo totale nel 1895. Dopo due secoli di controllo più sulla carta che effettivo, l’impero Qing cede Taiwan al Giappone dopo aver perso una guerra contro quest’ultimo. Taiwan diventa la prima colonia giapponese. Ai residenti cinesi di Taiwan viene data la possibilità di vendere le loro proprietà e andarsene da Taiwan entro il maggio 1897 oppure di diventare cittadini giapponesi. Dal 1895 al 1897 si stima che circa 6.400 persone abbiano venduto le loro proprietà e lasciato l’isola. I giapponesi ci metteranno diversi anni per pacificare l’isola ma attorno al 1910 hanno ormai il controllo dell’intero territorio. Sotto il dominio giapponese per la prima volta nella storia l’intera isola di Taiwan è soggetta a un unico potere.&#xA;&#xA;Il periodo giapponese di Taiwan dura 50 anni e trasforma radicalmente tutto, sia il territorio che la società. I giapponesi modernizzano come hanno modernizzato il Giappone. Costruiscono strade, ferrovie, centrali elettriche, infrastutture; sotto il Giappone, Taiwan entra nella modernità. I giapponesi modernizzano anche la società, la scolarizzazione per esempio si impenna. Ovviamente c’è l’altra faccia della medaglia, ossia la sistematica discriminazione. I taiwanesi non sono cittadini alla pari, sono sottoposti dell’Impero Giapponese di serie B. A Taiwan non hanno diritti politici e all’inizio vige una severa segregazione tra taiwanesi e giapponesi. Nella seconda metà dell’esperienza coloniale la situazione cambia, ora il Giappone vuole l’assimilazione totale dei taiwanesi. Si punta molto sulla lingua e l’istruzione in giapponese, sul cambio dei nomi in giapponese, sul culto delle divinità shintoiste, etc etc..&#xA;&#xA;Nonostante le condizioni spesso dure del dominio giapponese, i taiwanesi, a differenze di altri popoli (come i coreani), non hanno nel complesso un giudizio estremamente negativo dell’esperienza coloniale. I 50 anni di dominio giapponese hanno profondamente plasmato la società taiwanese e anche oggi i taiwanesi sono probabilmente il popolo più nippofilo del mondo.&#xA;&#xA;Nel 1945 il Giappone, che ha perso la Seconda Guerra Mondiale, cede Taiwan alla Repubblica di Cina con a capo Chiang Kai-shek, il capo del partito nazionalista cinese Kuomintang (KMT). Circa 300.000 giapponesi sono espulsi da Taiwan e arriva l’esercito cinese e l’amministrazione cinese. I cinesi si trovano una popolazione che gira per strada in kimono e che parla giapponese, taiwanese, hakka e le lingue indigene ma non mandarino; la comunicazione è problematica. I taiwanesi passano da una iniziale gioia a un’amara realtà fatta di corruzione, violenza, disorganizzazione, soprusi; in pratica si ritrovano da un dominio coloniale all’altro, ma quello nuovo cinese è addirittura più soffocante.&#xA;&#xA;Nel 1949 la Repubblica di Cina dei nazionalisti di Chiang Kai-shek perdono il controllo dell’intera Cina, vinti dai comunisti di Mao. La Repubblica di Cina si ritira a Taiwan e con essa circa un milione di cinesi. Il lasso di tempo dal 1945 al 1949 è l’unico periodo nella storia in cui uno stato cinese (e non un impero basato in Cina) ha l’autorità su Taiwan. Nel 1949 a Taiwan inizia anche il cosiddetto terrore bianco_, ossia la legge marziale che reprime in modo arbitrario ogni minima forma di dissenso ed elimina fisicamente un’intera classe dirigente e culturale taiwanese. La legge marziale più lunga della storia, dal 1949 al 1987, che ha causato la morte di circa 20.000 persone e l’incarcerazione di circa 140.000. La dittatura del KMT su Taiwan termina in modo graduale solo nel 1992 e nel 1996 per la prima volta i taiwanesi hanno potuto eleggere il loro presidente.&#xA;&#xA;Oggi Taiwan, secondo diverse classifiche internazionali, è la democrazia più libera, o comunque una delle più libere, dell’intera Asia. Taiwan per esempio è stata la prima nazione in Asia a legalizzare i matrimoni per le persone omosessuali nel 2019. Ciononostante, si può dire che ancora oggi Taiwan soffra di una colonizzazione indiretta: Taiwan non riesce a liberarsi della Repubblica di Cina, cioè il regime riparato sull’isola dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non riesce a liberarsene perché questo significherebbe la risposta violenta della Cina. Oggi il paradosso è che le assurde pretese imperialiste della Repubblica Popolare Cinese (in Cina) fanno sì che la vecchia nemica Repubblica di Cina (a Taiwan) sia vista come un legame contro “le derive indipendentiste” di Taiwan. Non può esserci una Repubblica di Taiwan con una costituzione centrata unicamente su Taiwan perché altrimenti il Partito Comunista Cinese griderebbe alla secessione; anche se Taiwan è già oggi a tutti gli effetti uno stato separato, con un governo, un parlamento, un esercito, una moneta, etc etc.. Taiwan deve vivere questa ambiguità di chiamarsi ancora oggi ufficialmente Repubblica di Cina perché il vicino bullo ha pretese imperialiste e non accetta la volontà dei taiwanesi di vivere, finalmente, in una democrazia liberale che vuole restare taiwanese.&#xA;&#xA;Taiwan]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://i.snap.as/9lbR5viU.jpg" alt=""/></p>

<p>Raccontare la storia di Taiwan vuol dire essenzialmente raccontare la storia di colonizzazioni, una dietro l’altra. Ogni colonizzazione ha lasciato tracce nel tessuto dell’isola e ha contribuito a formare l’unicità della società taiwanese attuale.</p>



<p>Per la stragrande maggioranza della sua storia umana, Taiwan è stata abitata unicamente da diverse popolazioni austronesiane, ci sono tracce di presenza umana già 15000 anni fa, quindicimila! Taiwan è addirittura la culla delle popolazioni austronesiane, quelle che oggi sono in Malesia, Indonesia, Filippine, Micronesia, Melanesia, Polinesia, Nuova Zelanda, Madagascar. Tutti questi popoli e le lingue che parlano hanno la loro origine a Taiwan, da qui sono partiti a ondate successive per colonizzare l’Oceano Pacifico…e il Madagascar! Oggi i popoli indigeni austronesiani di Taiwan sono circa il 3% della popolazione, circa 600.000 persone. Il governo di Taiwan oggi <strong><a href="https://www.cip.gov.tw/en/tribe/grid-list/index.html?cumid=5DD9C4959C302B9FD0636733C6861689" rel="nofollow">riconosce 16 gruppi</a></strong>, nella realtà sono di più ma il processo di riconoscimento è molto difficile e lungo.</p>

<p><img src="https://i.snap.as/CgqMAFQF.jpg" alt=""/></p>

<p>Taiwan fino al XVII secolo è fuori dalla civiltà cinese. Tradizionalmente nella cultura cinese la civiltà finiva sulle rive del mare, prendere una barca per andare ad abitare terre al di là del mare non era un’opzione presa in considerazione. Taiwan, oltre a essere la casa delle popolazioni austronesiane di cui sopra, era solo una comoda base logistica per i pirati cinesi, giapponesi e delle Ryukyu, fuori dalla giurisdizione di qualunque entità statale.</p>

<p>Nel 1624 la Compagnia delle Indie Orientali olandese (VOC) inizia la colonizzazione del sud dell’isola. Gli olandesi usano Taiwan come punto d’appoggio per commerciare con la Cina e il Giappone; commerciano anche con gli indigeni, soprattutto pelli di cervo. Gli olandesi avviano anche lo sfruttamento agricolo, per questo hanno bisogno di manodopera, dato che gli indigeni non ci pensano minimamente a diventare agricoltori. La VOC quindi incoraggia l&#39;immigrazione cinese a Taiwan. La VOC pubblicizza Taiwan ai cinesi con terreni gratuiti e un sistema esentasse; a volte pagano persino i cinesi per trasferirsi a Taiwan. Di conseguenza, flussi costanti di immigrati cinesi dal Fujian e Guangdong attraversano lo stretto e diventano coltivatori di riso e zucchero. Sono gli olandesi nel XVII secolo che iniziano la sinificazione di Taiwan.</p>

<p>Nel nord dell’isola nel frattempo c’è anche un piccola presenza spagnola, più limitata e modesta rispetto a quella olandese. Gli spagnoli durano solo dal 1626 al 1642, quando vengono cacciati dagli olandesi, preoccupati dalla prensenza di questo ingombrante vicino.</p>

<p>I missionari olandesi hanno avuto un discreto successo nel convertire al cristianesimo le popolazioni indigene e sono stati i primi occidentali a studiare le molte lingue parlate sull’isola. Quando nel XIX secolo i missionari cristiani tornano (soprattutto americani), spesso ascoltano storie tramandate di villaggi che si erano convertiti alla religione degli stranieri. L’aspetto olandese di uso quotidiano che rimane nella Taiwan di oggi sono i kah (in hokkien taiwanese), cioè l’unità di misura dei terreni, che deriva dall’olandese <strong><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Morgen_(unit%C3%A0_di_misura)" rel="nofollow">morgen</a></strong>.</p>

<p><img src="https://i.snap.as/c8OleikC.jpg" alt=""/></p>

<p>Nel frattempo in Cina nel 1644 la dinastia dei Ming finisce. I manciu, una popolazione nomade che abitava più o meno nell’attuale Manciuria, conquistano Pechino e fondano la dinastia Qing. Per i cinesi dell’epoca è uno shock dato che i manciu sono completamente estranei alla cultura cinese, sono dei barbari che vengono da fuori la civiltà. Nel sud della Cina nascono gruppi di lealisti Ming e uno di questi, il più importante, è quello del pirata-commerciante Koxinga (<strong><a href="https://luca-schenato.ch/koxinga-contro-tutti" rel="nofollow">il post precedente</a></strong> per la storia completa di Koxinga). Questi per assicurarsi una base dalla quale lanciare attacchi ai Qing, decide di invadere Taiwan e scacciare gli olandesi. Ci riesce. Nel 1661 gli olandesi vengono cacciati da Taiwan e nell’isola per la prima volta viene istituita un’autorità cinese, chiamato regno di Tungning. Se andate a Tainan potete vedere i resti di Fort Zeelandia degli olandesi. L’anno successivo però Koxinga muore. I suoi eredi terranno il regno fino al 1683 quando si arrenderanno ai Qing. Questi in modo molto riluttante decidono di far entrare nel loro impero la parte occidentale dell’isola, quella che si affaccia sullo stretto e quella nella quale ci sono insediamenti cinesi. I manciu sono con i piedi piantati sulla terraferma ancora più dei cinesi; acconsentono al dominio precario su metà dell’isola unicamente per evitare che tornino potenze occidentali o lealisti Ming. Nella parte orientale dell’isola le popolazioni indigene austronesiane continuano la loro vita, a differenza di quelle nella parte occidentale che sono o assimilate dai cinesi o respinte in posizioni sempre più marginali.</p>

<p>I successivi due secoli sono la storia dei Qing che provano invano a limitare l’immigrazione di cinesi verso Taiwan, i cinesi a Taiwan che rubano terreni agli indigeni ma anche il commercio e le unioni familiari tra cinesi e indigeni.</p>

<p><img src="https://i.snap.as/VODGRyOy.jpg" alt=""/></p>

<p>La situazione a Taiwan cambia in modo totale nel 1895. Dopo due secoli di controllo più sulla carta che effettivo, l’impero Qing cede Taiwan al Giappone dopo aver perso una guerra contro quest’ultimo. Taiwan diventa la prima colonia giapponese. Ai residenti cinesi di Taiwan viene data la possibilità di vendere le loro proprietà e andarsene da Taiwan entro il maggio 1897 oppure di diventare cittadini giapponesi. Dal 1895 al 1897 si stima che circa 6.400 persone abbiano venduto le loro proprietà e lasciato l’isola. I giapponesi ci metteranno diversi anni per pacificare l’isola ma attorno al 1910 hanno ormai il controllo dell’intero territorio. Sotto il dominio giapponese per la prima volta nella storia l’intera isola di Taiwan è soggetta a un unico potere.</p>

<p>Il periodo giapponese di Taiwan dura 50 anni e trasforma radicalmente tutto, sia il territorio che la società. I giapponesi modernizzano come hanno modernizzato il Giappone. Costruiscono strade, ferrovie, centrali elettriche, infrastutture; sotto il Giappone, Taiwan entra nella modernità. I giapponesi modernizzano anche la società, la scolarizzazione per esempio si impenna. Ovviamente c’è l’altra faccia della medaglia, ossia la sistematica discriminazione. I taiwanesi non sono cittadini alla pari, sono sottoposti dell’Impero Giapponese di serie B. A Taiwan non hanno diritti politici e all’inizio vige una severa segregazione tra taiwanesi e giapponesi. Nella seconda metà dell’esperienza coloniale la situazione cambia, ora il Giappone vuole l’assimilazione totale dei taiwanesi. Si punta molto sulla lingua e l’istruzione in giapponese, sul cambio dei nomi in giapponese, sul culto delle divinità shintoiste, etc etc..</p>

<p>Nonostante le condizioni spesso dure del dominio giapponese, i taiwanesi, a differenze di altri popoli (come i coreani), non hanno nel complesso un giudizio estremamente negativo dell’esperienza coloniale. I 50 anni di dominio giapponese hanno profondamente plasmato la società taiwanese e anche oggi i taiwanesi sono probabilmente il popolo più nippofilo del mondo.</p>

<p><img src="https://i.snap.as/Y00xx3Z2.jpg" alt=""/></p>

<p>Nel 1945 il Giappone, che ha perso la Seconda Guerra Mondiale, cede Taiwan alla Repubblica di Cina con a capo Chiang Kai-shek, il capo del partito nazionalista cinese Kuomintang (KMT). Circa 300.000 giapponesi sono espulsi da Taiwan e arriva l’esercito cinese e l’amministrazione cinese. I cinesi si trovano una popolazione che gira per strada in kimono e che parla giapponese, taiwanese, hakka e le lingue indigene ma non mandarino; la comunicazione è problematica. I taiwanesi passano da una iniziale gioia a un’amara realtà fatta di corruzione, violenza, disorganizzazione, soprusi; in pratica si ritrovano da un dominio coloniale all’altro, ma quello nuovo cinese è addirittura più soffocante.</p>

<p>Nel 1949 la Repubblica di Cina dei nazionalisti di Chiang Kai-shek perdono il controllo dell’intera Cina, vinti dai comunisti di Mao. La Repubblica di Cina si ritira a Taiwan e con essa circa un milione di cinesi. Il lasso di tempo dal 1945 al 1949 è l’unico periodo nella storia in cui uno stato cinese (e non un impero basato in Cina) ha l’autorità su Taiwan. Nel 1949 a Taiwan inizia anche il cosiddetto <em>terrore bianco</em>, ossia la legge marziale che reprime in modo arbitrario ogni minima forma di dissenso ed elimina fisicamente un’intera classe dirigente e culturale taiwanese. La legge marziale più lunga della storia, dal 1949 al 1987, che ha causato la morte di circa 20.000 persone e l’incarcerazione di circa 140.000. La dittatura del KMT su Taiwan termina in modo graduale solo nel 1992 e nel 1996 per la prima volta i taiwanesi hanno potuto eleggere il loro presidente.</p>

<p>Oggi Taiwan, secondo diverse classifiche internazionali, è la democrazia più libera, o comunque una delle più libere, dell’intera Asia. Taiwan per esempio è stata la prima nazione in Asia a legalizzare i matrimoni per le persone omosessuali nel 2019. Ciononostante, si può dire che ancora oggi Taiwan soffra di una colonizzazione indiretta: Taiwan non riesce a liberarsi della Repubblica di Cina, cioè il regime riparato sull’isola dopo la Seconda Guerra Mondiale. Non riesce a liberarsene perché questo significherebbe la risposta violenta della Cina. Oggi il paradosso è che le assurde pretese imperialiste della Repubblica Popolare Cinese (in Cina) fanno sì che la vecchia nemica Repubblica di Cina (a Taiwan) sia vista come un legame contro “le derive indipendentiste” di Taiwan. Non può esserci una Repubblica di Taiwan con una costituzione centrata unicamente su Taiwan perché altrimenti il Partito Comunista Cinese griderebbe alla secessione; anche se Taiwan è già oggi a tutti gli effetti uno stato separato, con un governo, un parlamento, un esercito, una moneta, etc etc.. Taiwan deve vivere questa ambiguità di chiamarsi ancora oggi ufficialmente Repubblica di Cina perché il vicino bullo ha pretese imperialiste e non accetta la volontà dei taiwanesi di vivere, finalmente, in una democrazia liberale che vuole restare taiwanese.</p>

<p><img src="https://i.snap.as/WlPxF391.jpg" alt=""/></p>

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      <pubDate>Thu, 08 Aug 2024 10:41:45 +0000</pubDate>
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      <title>Koxinga contro tutti</title>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;Koxinga è stato un importantissimo leader, brillante e sadico, del XVII secolo che forse, in quanto occidentali, non conoscete.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Koxinga (vero nome Zheng Cheng-Gong) nacque nel 1624. Figlio di un self-made man a capo di un impero commerciale-piratesco dell&#39;Asia Orientale (all&#39;epoca le cose erano più sfumate) più grande delle Compagnie delle Indie Orientali inglesi e olandesi e successivamente reclutato come ufficiale dall&#39;Impero Ming (non era raro per i pirati essere integrati nei ranghi ufficiali). Nacque in Giappone, vicino a Nagasaki, infatti sua madre era giapponese (suo padre commerciava anche in Giappone) e visse lì fino all&#39;età di sette anni per poi essere portato da suo padre in Cina.&#xA;&#xA;Nel 1644, i Manciù, una popolazione nomade proveniente più o meno dall&#39;attuale Manciuria (all&#39;epoca fuori dalla Cina) sconfiggono i Ming e fondano la nuova dinastia Qing. Nel sud della Cina emergono gruppi di lealisti Ming, uno dei quali è guidato dalla nostra famiglia Zheng. Nel 1646 il padre di Koxinga si arrende ai Qing, viene fatto prigioniero e scrive al figlio di fare lo stesso. Il figlio risponde: non se ne parla. I Qing attaccano Anping, la città che è la base della sua famiglia. Sua madre (che aveva lasciato il Giappone per ricongiungesi con il figlio) si uccide per non essere fatta prigioniera. Per Koxinga la questione diventa estremamente personale.&#xA;&#xA;All&#39;inizio, le numerose vittorie di Koxinga contro i Qing sono così importanti che sembra che questi ultimi stiano per abbandonare Pechino per rifugiarsi in Manciuria. Koxinga è un comandante eccezionale, tuttavia anche lui non è privo di difetti, come il fatto che ha un debole per le esecuzioni. Sono frequenti i casi in cui fa giustiziare i suoi subordinati anche per i più piccoli errori. Oltre a ciò, ha un carattere davvero schifoso: irascibile, prepotente, capriccioso. Dopo molte vittorie, Koxinga commette un errore: annuncia la “battaglia finale” di Nanchino troppo presto e dà ai Qing il tempo di organizzarsi. Infatti non riesce a conquistare la città; se ci fosse riuscito, probabilmente i Qing non sarebbero stati l&#39;ultima dinastia dell&#39;Impero cinese.&#xA;&#xA;Nel 1661 per assicurarsi un territorio sicuro da cui lanciare attacchi ai Qing, Koxinga attacca gli olandesi (più precisamente la Compagnia olandese delle Indie orientali, VOC) nella loro colonia di Taiwan. Taiwan, o meglio, una piccola parte di Taiwan era una colonia della VOC dal 1624. Quando gli olandesi arrivarono, c&#39;erano poche migliaia di cinesi e le varie popolazioni indigene austronesiane che abitavano sull’isola da millenni. Taiwan era un&#39;isola non rivendicata da nessuno stato, era usata come base d’appoggio per i pirati cinesi, giapponesi e di Okinawa ed era quindi anche un buon punto per il commercio con la Cina e il Giappone. Gli olandesi quindi pensarono: perché non farlo? Sono gli olandesi a favorire l&#39;immigrazione cinese a Taiwan, per sviluppare l&#39;agricoltura e l&#39;economia dell&#39;isola. Sono stati gli olandesi a far arrivare i cinesi sull’isola.&#xA;&#xA;Il 2 aprile 1661 Koxinga arriva a Taiwan, vicino all&#39;attuale città di Tainan, con circa 25.000 soldati. Il 4 aprile conquista il forte più piccolo, Fort Provintia. Il 7 aprile inizia l&#39;assedio del forte principale, Fort Zeelandia. Gli olandesi partono con coraggio perché hanno di fronte “solo” i cinesi, non un esercito di “persone civilizzate”. Col tempo però le cose cominciano ad andare male, anche perché da Batavia (l&#39;attuale Giacarta, capitale della VOC) non sembrano arrivare rinforzi.&#xA;&#xA;I rinforzi olandesi, invece, arrivano due volte, a luglio e a ottobre. Ma entrambe le volte è un disastro per gli olandesi. L&#39;esercito di Koxinga li sconfigge per 2 a 0, ora a Fort Zeeland l&#39;umore è pessimo. Da entrambe le parti si registrano casi di comportamento barbaro alimentato dalla durata dell&#39;assedio: un medico olandese viviseziona i prigionieri cinesi, le truppe di Koxinga mutilano i prigionieri olandesi ancora vivi (genitali, orecchie, ecc.) e ne catapultano i pezzi dentro Forte Zeelandia. Tra i numerosi prigionieri di Koxinga c&#39;è il missionario Antonius Hambroek, sua moglie e le sue due figlie. Hambroek viene inviato a Fort Zeelandia per mediare la resa ma fallisce, quando torna al campo di Koxinga viene decapitato e le sue figlie diventano concubine. In generale molti prigionieri olandesi, compresi i bambini, diventano schiavi o, se donne, concubine; alltri invece vengono crocifissi o muoiono di stenti.&#xA;&#xA;La svolta: nel gennaio 1662 un disertore tedesco arriva al campo di Koxinga e fornisce preziose soffiate sui punti deboli del forte. Di conseguenza, messi di fronte all’inevitabilità della sconfitta, il 1 febbraio gli olandesi sono costretti ad arrendersi: possono partire con i loro beni e lasciare l&#39;isola. Il periodo olandese a Taiwan si conclude. Subito dopo la conquista, Koxinga, non privo di spavalderia, punta alle Filippine (colonia spagnola). Invia il frate italiano Vittorio Riccio a negoziare con gli spagnoli; naturalmente gli spagnoli dicono di no e il frate si prepara a tornare sapendo che la sua testa rotolerà. Tuttavia nel giugno del 1662, mentre il frate è in viaggio, Koxinga muore di malaria all&#39;età di 37 anni, probabilmente già affetto da pazzia forse dovuta alla sifilide. Ha goduto della conquista di Taiwan solo per pochi mesi.&#xA;&#xA;La famiglia di Koxinga tenne l&#39;isola fino al 1683, quando si arrese ai Qing, che non avevano nessun motivo nel conquistarla se non quello di eliminare del tutto i lealisti Ming. I Qing si impadronirono quindi a malincuore della metà occidentale dell&#39;isola, ma non dell&#39;intera isola: la parte orientale sarebbe rimasta un&#39;area controllata dalle popolazioni indigene fino al periodo giapponese di Taiwan (1895-1945). Quindi, quando si sente dire dai cinesi che Taiwan fa parte della Cina fin dall&#39;antichità è semplicemente una balla, mistificazione, propaganda.&#xA;&#xA;Koxinga è stato a Taiwan per poco più di un anno ma ha avuto un ruolo cruciale sulla storia dell’isola. Se non fosse arrivato Koxinga, gli olandesi sarebbero rimasti sull’isola e sicuramente la storia di Taiwan sarebbe stata enormemente diversa.&#xA;&#xA;Taiwan]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://i.snap.as/Rt2mWKHS.jpeg" alt=""/></p>

<p>Koxinga è stato un importantissimo leader, brillante e sadico, del XVII secolo che forse, in quanto occidentali, non conoscete.</p>



<p>Koxinga (vero nome Zheng Cheng-Gong) nacque nel 1624. Figlio di un self-made man a capo di un impero commerciale-piratesco dell&#39;Asia Orientale (all&#39;epoca le cose erano più sfumate) più grande delle Compagnie delle Indie Orientali inglesi e olandesi e successivamente reclutato come ufficiale dall&#39;Impero Ming (non era raro per i pirati essere integrati nei ranghi ufficiali). Nacque in Giappone, vicino a Nagasaki, infatti sua madre era giapponese (suo padre commerciava anche in Giappone) e visse lì fino all&#39;età di sette anni per poi essere portato da suo padre in Cina.</p>

<p>Nel 1644, i Manciù, una popolazione nomade proveniente più o meno dall&#39;attuale Manciuria (all&#39;epoca fuori dalla Cina) sconfiggono i Ming e fondano la nuova dinastia Qing. Nel sud della Cina emergono gruppi di lealisti Ming, uno dei quali è guidato dalla nostra famiglia Zheng. Nel 1646 il padre di Koxinga si arrende ai Qing, viene fatto prigioniero e scrive al figlio di fare lo stesso. Il figlio risponde: non se ne parla. I Qing attaccano Anping, la città che è la base della sua famiglia. Sua madre (che aveva lasciato il Giappone per ricongiungesi con il figlio) si uccide per non essere fatta prigioniera. Per Koxinga la questione diventa estremamente personale.</p>

<p>All&#39;inizio, le numerose vittorie di Koxinga contro i Qing sono così importanti che sembra che questi ultimi stiano per abbandonare Pechino per rifugiarsi in Manciuria. Koxinga è un comandante eccezionale, tuttavia anche lui non è privo di difetti, come il fatto che ha un debole per le esecuzioni. Sono frequenti i casi in cui fa giustiziare i suoi subordinati anche per i più piccoli errori. Oltre a ciò, ha un carattere davvero schifoso: irascibile, prepotente, capriccioso. Dopo molte vittorie, Koxinga commette un errore: annuncia la “battaglia finale” di Nanchino troppo presto e dà ai Qing il tempo di organizzarsi. Infatti non riesce a conquistare la città; se ci fosse riuscito, probabilmente i Qing non sarebbero stati l&#39;ultima dinastia dell&#39;Impero cinese.</p>

<p>Nel 1661 per assicurarsi un territorio sicuro da cui lanciare attacchi ai Qing, Koxinga attacca gli olandesi (più precisamente la Compagnia olandese delle Indie orientali, VOC) nella loro colonia di Taiwan. Taiwan, o meglio, una piccola parte di Taiwan era una colonia della VOC dal 1624. Quando gli olandesi arrivarono, c&#39;erano poche migliaia di cinesi e le varie popolazioni indigene austronesiane che abitavano sull’isola da millenni. Taiwan era un&#39;isola non rivendicata da nessuno stato, era usata come base d’appoggio per i pirati cinesi, giapponesi e di Okinawa ed era quindi anche un buon punto per il commercio con la Cina e il Giappone. Gli olandesi quindi pensarono: perché non farlo? Sono gli olandesi a favorire l&#39;immigrazione cinese a Taiwan, per sviluppare l&#39;agricoltura e l&#39;economia dell&#39;isola. Sono stati gli olandesi a far arrivare i cinesi sull’isola.</p>

<p>Il 2 aprile 1661 Koxinga arriva a Taiwan, vicino all&#39;attuale città di Tainan, con circa 25.000 soldati. Il 4 aprile conquista il forte più piccolo, Fort Provintia. Il 7 aprile inizia l&#39;assedio del forte principale, Fort Zeelandia. Gli olandesi partono con coraggio perché hanno di fronte “solo” i cinesi, non un esercito di “persone civilizzate”. Col tempo però le cose cominciano ad andare male, anche perché da Batavia (l&#39;attuale Giacarta, capitale della VOC) non sembrano arrivare rinforzi.</p>

<p>I rinforzi olandesi, invece, arrivano due volte, a luglio e a ottobre. Ma entrambe le volte è un disastro per gli olandesi. L&#39;esercito di Koxinga li sconfigge per 2 a 0, ora a Fort Zeeland l&#39;umore è pessimo. Da entrambe le parti si registrano casi di comportamento barbaro alimentato dalla durata dell&#39;assedio: un medico olandese viviseziona i prigionieri cinesi, le truppe di Koxinga mutilano i prigionieri olandesi ancora vivi (genitali, orecchie, ecc.) e ne catapultano i pezzi dentro Forte Zeelandia. Tra i numerosi prigionieri di Koxinga c&#39;è il missionario Antonius Hambroek, sua moglie e le sue due figlie. Hambroek viene inviato a Fort Zeelandia per mediare la resa ma fallisce, quando torna al campo di Koxinga viene decapitato e le sue figlie diventano concubine. In generale molti prigionieri olandesi, compresi i bambini, diventano schiavi o, se donne, concubine; alltri invece vengono crocifissi o muoiono di stenti.</p>

<p>La svolta: nel gennaio 1662 un disertore tedesco arriva al campo di Koxinga e fornisce preziose soffiate sui punti deboli del forte. Di conseguenza, messi di fronte all’inevitabilità della sconfitta, il 1 febbraio gli olandesi sono costretti ad arrendersi: possono partire con i loro beni e lasciare l&#39;isola. Il periodo olandese a Taiwan si conclude. Subito dopo la conquista, Koxinga, non privo di spavalderia, punta alle Filippine (colonia spagnola). Invia il frate italiano Vittorio Riccio a negoziare con gli spagnoli; naturalmente gli spagnoli dicono di no e il frate si prepara a tornare sapendo che la sua testa rotolerà. Tuttavia nel giugno del 1662, mentre il frate è in viaggio, Koxinga muore di malaria all&#39;età di 37 anni, probabilmente già affetto da pazzia forse dovuta alla sifilide. Ha goduto della conquista di Taiwan solo per pochi mesi.</p>

<p>La famiglia di Koxinga tenne l&#39;isola fino al 1683, quando si arrese ai Qing, che non avevano nessun motivo nel conquistarla se non quello di eliminare del tutto i lealisti Ming. I Qing si impadronirono quindi a malincuore della metà occidentale dell&#39;isola, ma non dell&#39;intera isola: la parte orientale sarebbe rimasta un&#39;area controllata dalle popolazioni indigene fino al periodo giapponese di Taiwan (1895-1945). Quindi, quando si sente dire dai cinesi che Taiwan fa parte della Cina fin dall&#39;antichità è semplicemente una balla, mistificazione, propaganda.</p>

<p>Koxinga è stato a Taiwan per poco più di un anno ma ha avuto un ruolo cruciale sulla storia dell’isola. Se non fosse arrivato Koxinga, gli olandesi sarebbero rimasti sull’isola e sicuramente la storia di Taiwan sarebbe stata enormemente diversa.</p>

<p><a href="https://luca-schenato.writeas.com/tag:Taiwan" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">Taiwan</span></a></p>
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      <guid>https://luca-schenato.writeas.com/koxinga-contro-tutti</guid>
      <pubDate>Mon, 29 Jul 2024 06:27:24 +0000</pubDate>
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      <title>Non è necessario</title>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;In questo pezzo, Luca Sofri parla del male necessario dell’informazione, cioè tutto quel dovere di cronaca che porta a comportamenti da parte dei giornalisti che a me, ma non solo a me, sembrano abbastanza orribili. &#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;  il “prezioso ruolo dell’informazione” è spesso un alibi per difendere quella che è solo una routine quotidiana di strafogamento di notizie a cui concorrono lettori e giornali, e che impone di infilare microfoni nelle portiere, fare domande cretine, disperare persone già disperate. Senza nessuna buona ragione, se non la comprensibile legittimazione di una professione, di un ruolo, di una curiosità umana, che con la funzione di servizio pubblico del giornalismo non ha niente a che fare.&#xA;&#xA;Io vivo in Svizzera. Il giornalismo in Svizzera è diverso rispetto all’Italia, qualcuno potrebbe pensare che sia migliore, qualcuno che sia peggiore; dipende dai punti di vista. Il mio è che sia indubbiamente migliore. Alla voce identificazione, il codice deontologico del Consiglio svizzero della stampa scrive che&#xA;&#xA;  La menzione dei nomi e/o l’identificazione della persona è lecita:&#xA;    – se, in rapporto all’oggetto del servizio, la persona appare in pubblico o acconsente in altro modo alla pubblicazione;&#xA;    – se la persona è comunemente nota all’opinione pubblica e il servizio si riferisce a tale sua condizione;&#xA;    – se riveste una carica politica oppure una funzione dirigente nello Stato o nella società, e il servizio si riferisce a tale sua condizione;&#xA;    – se la menzione del nome è necessaria per evitare un equivoco pregiudizievole a terzi;&#xA;    – se la menzione del nome o l’identificazione è in altro modo giustificata da un interesse pubblico prevalente.&#xA;    Se l’interesse alla protezione della sfera privata delle persone prevale sull’interesse del pubblico all’identificazione, il giornalista rinuncia alla pubblicazione dei nomi e di altre indicazioni che la consentano a estranei o a persone non appartenenti alla famiglia o al loro ambiente sociale o professionale, e ne verrebbero pertanto informati solo dai media.&#xA;&#xA;Concretamente questo significa per esempio che nel 90% dei casi non sappiamo mai il nome di una persona a processo, nemmeno se risulta poi colpevole. Nei fatti di cronaca, l’identificazione dei soggetti praticamente non esiste. Non ci sono interviste ai familiari, non ci sono foto prese da Facebook, non ci sono vite in diretta. Per molti italiani questo potrebbe sembrare un inferno nel quale la popolazione è tenuta all’oscuro, per me è una questione di civiltà. Sapere i nomi, conoscere i volti, sentire gli strazi dei familiari non serve a niente: non aggiunge niente alla formazione delle mie idee e della mia visione del mondo, è semplicemente voyeurismo. Per molti questo rasenta la censura, per me è sinonimo di buon giornalismo e di buona civiltà.&#xA;&#xA;CH]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://i.snap.as/m5cL0x9x.jpg" alt=""/></p>

<p>In <strong><a href="https://www.wittgenstein.it/2024/07/22/il-male-necessario-e-necessario/?homepagePosition=12" rel="nofollow">questo pezzo</a></strong>, Luca Sofri parla del male necessario dell’informazione, cioè tutto quel <em>dovere di cronaca</em> che porta a comportamenti da parte dei giornalisti che a me, ma non solo a me, sembrano abbastanza orribili.</p>



<blockquote><p>il “prezioso ruolo dell’informazione” è spesso un alibi per difendere quella che è solo una routine quotidiana di strafogamento di notizie a cui concorrono lettori e giornali, e che impone di infilare microfoni nelle portiere, fare domande cretine, disperare persone già disperate. Senza nessuna buona ragione, se non la comprensibile legittimazione di una professione, di un ruolo, di una curiosità umana, che con la funzione di servizio pubblico del giornalismo non ha niente a che fare.</p></blockquote>

<p>Io vivo in Svizzera. Il giornalismo in Svizzera è diverso rispetto all’Italia, qualcuno potrebbe pensare che sia migliore, qualcuno che sia peggiore; dipende dai punti di vista. Il mio è che sia indubbiamente migliore. Alla voce <em>identificazione</em>, il <strong><a href="https://presserat.ch/it/journalistenkodex/direttive/" rel="nofollow">codice deontologico</a></strong> del Consiglio svizzero della stampa scrive che</p>

<blockquote><p>La menzione dei nomi e/o l’identificazione della persona è lecita:</p>

<p>– se, in rapporto all’oggetto del servizio, la persona appare in pubblico o acconsente in altro modo alla pubblicazione;</p>

<p>– se la persona è comunemente nota all’opinione pubblica e il servizio si riferisce a tale sua condizione;</p>

<p>– se riveste una carica politica oppure una funzione dirigente nello Stato o nella società, e il servizio si riferisce a tale sua condizione;</p>

<p>– se la menzione del nome è necessaria per evitare un equivoco pregiudizievole a terzi;</p>

<p>– se la menzione del nome o l’identificazione è in altro modo giustificata da un interesse pubblico prevalente.</p>

<p>Se l’interesse alla protezione della sfera privata delle persone prevale sull’interesse del pubblico all’identificazione, il giornalista rinuncia alla pubblicazione dei nomi e di altre indicazioni che la consentano a estranei o a persone non appartenenti alla famiglia o al loro ambiente sociale o professionale, e ne verrebbero pertanto informati solo dai media.</p></blockquote>

<p>Concretamente questo significa per esempio che nel 90% dei casi non sappiamo mai il nome di una persona a processo, nemmeno se risulta poi colpevole. Nei fatti di cronaca, l’identificazione dei soggetti praticamente non esiste. Non ci sono interviste ai familiari, non ci sono foto prese da Facebook, non ci sono <em>vite in diretta</em>. Per molti italiani questo potrebbe sembrare un inferno nel quale la popolazione è tenuta all’oscuro, per me è una questione di civiltà. Sapere i nomi, conoscere i volti, sentire gli strazi dei familiari non serve a niente: non aggiunge niente alla formazione delle mie idee e della mia visione del mondo, è semplicemente voyeurismo. Per molti questo rasenta la censura, per me è sinonimo di buon giornalismo e di buona civiltà.</p>

<p><a href="https://luca-schenato.writeas.com/tag:CH" class="hashtag" rel="nofollow"><span>#</span><span class="p-category">CH</span></a></p>
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      <guid>https://luca-schenato.writeas.com/non-e-necessario</guid>
      <pubDate>Tue, 23 Jul 2024 12:18:14 +0000</pubDate>
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      <title>Taiwan percepita e Taiwan reale</title>
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      <description>&lt;![CDATA[&#xA;&#xA;È alienante vivere ogni anno per due mesi senza problemi a Taiwan e sentirsi dire in modo scherzoso da persone che vivono in Europa cose come &#34;ah, non sono ancora sbarcati i cinesi?&#34;.&#xA;&#xA;!--more--&#xA;&#xA;Dopo aver fatto la battuta, di solito diventano seri e chiedono cose come &#34;com&#39;è la situazione? Come la vive la gente?&#34;. La realtà è che i taiwanesi non pensano all&#39;invasione cinese. Questa nazione insulare non vive nella paura, guardando l&#39;orizzonte per vedere se gli invasori stanno arrivando. Questo non vuol dire che i taiwanesi non pensino al futuro, anche con preoccupazione, ma la realtà della vita quotidiana è che la Cina non è presente, non c’è, non affolla la mente delle persone. Anche quando il regime bullo manda i suoi jet sulle acque taiwanesi, la gente alza le spalle e si interessa ad altro, come il costo astronomico delle case.&#xA;&#xA;È alienante vedere come la prospettiva di chi non vive a Taiwan sia così diversa da quella di chi ci vive. Oltre che alienante, è anche abbastanza allarmante. Come residente temporaneo, mi chiedo come mi comporterei se fossi un residente permanente. Avrei paura di un&#39;invasione cinese? Avrei paura che il mio mondo, le mie libertà, il mio modo di vivere possano scomparire dall’oggi al domani? Non lo so. La mia esperienza si basa sul vivere in Europa occidentale, non posso mettermi al 100% nella testa di chi è nato e cresciuto qui. Taiwan è stato definito il luogo più pericoloso della Terra dall’Economist, il che è francamente ridicolo perché vivendo qui non ci si sente affatto in pericolo. Al contrario invece, Taiwan è la preda che il vicino bullo al di là dello stretto di mare vorrebbe e per questa preda potrebbe scatenare una guerra mondiale. Quindi, Taiwan subisce il pericolo del vicino bullo, non è il fautore del pericolo. Le parole sono importanti, la realtà è che Taiwan è la vittima del vicino bullo. Se la persona A vuole solo vivere in pace mentre la persona B minaccia continuamente di renderla schiava con la violenza se A non si sottomette volontariamente, chi è la persona pericolosa? Stiamo attenti a non fare victim blaming. La Cina è il pericolo, non Taiwan.&#xA;&#xA;La realtà sul campo, secondo gli analisti che conoscono la faccenda, è che nel breve-medio termine la Cina starà buona. C’è da considerare invece il lungo termine. Per la stragrande maggioranza dei taiwanesi la questione è molto semplice: Taiwan è una nazione libera, la Cina è un&#39;altra nazione, che è una dittatura. Purtroppo, il Partito Comunista Cinese non è un agente completamente razionale. Soprattutto ora che al comando c&#39;è un uomo solo che resterà in carica per molto tempo. I taiwanesi hanno ragione a vivere la loro vita senza paranoie quotidiane, gli europei/americani/ecc. hanno torto a pensare che l&#39;invasione cinese sia questione di giorni, ma tutti noi dobbiamo comunque fare i conti con il lungo termine di un regime totalitario che pretende che la volontà di 23 milioni di persone non valga nulla. La storia ci ha insegnato che i bulli capiscono un solo linguaggio, quello della violenza. Se le democrazie liberali dicessero chiaramente e senza mezzi termini che un&#39;invasione cinese di Taiwan non sarebbe tollerata, forse il bullo starebbe un po&#39; più tranquillo.&#xA;&#xA;Taiwan]]&gt;</description>
      <content:encoded><![CDATA[<p><img src="https://i.snap.as/nThGYz87.jpg" alt=""/></p>

<p>È alienante vivere ogni anno per due mesi senza problemi a Taiwan e sentirsi dire in modo scherzoso da persone che vivono in Europa cose come “ah, non sono ancora sbarcati i cinesi?”.</p>



<p>Dopo aver fatto la battuta, di solito diventano seri e chiedono cose come “com&#39;è la situazione? Come la vive la gente?”. La realtà è che i taiwanesi non pensano all&#39;invasione cinese. Questa nazione insulare non vive nella paura, guardando l&#39;orizzonte per vedere se gli invasori stanno arrivando. Questo non vuol dire che i taiwanesi non pensino al futuro, anche con preoccupazione, ma la realtà della vita quotidiana è che la Cina non è presente, non c’è, non affolla la mente delle persone. Anche quando il regime bullo manda i suoi jet sulle acque taiwanesi, la gente alza le spalle e si interessa ad altro, come il costo astronomico delle case.</p>

<p>È alienante vedere come la prospettiva di chi non vive a Taiwan sia così diversa da quella di chi ci vive. Oltre che alienante, è anche abbastanza allarmante. Come residente temporaneo, mi chiedo come mi comporterei se fossi un residente permanente. Avrei paura di un&#39;invasione cinese? Avrei paura che il mio mondo, le mie libertà, il mio modo di vivere possano scomparire dall’oggi al domani? Non lo so. La mia esperienza si basa sul vivere in Europa occidentale, non posso mettermi al 100% nella testa di chi è nato e cresciuto qui. Taiwan è stato definito il luogo più pericoloso della Terra dall’Economist, il che è francamente ridicolo perché vivendo qui non ci si sente affatto in pericolo. Al contrario invece, Taiwan è la preda che il vicino bullo al di là dello stretto di mare vorrebbe e per questa preda potrebbe scatenare una guerra mondiale. Quindi, Taiwan subisce il pericolo del vicino bullo, non è il fautore del pericolo. Le parole sono importanti, la realtà è che Taiwan è la vittima del vicino bullo. Se la persona A vuole solo vivere in pace mentre la persona B minaccia continuamente di renderla schiava con la violenza se A non si sottomette volontariamente, chi è la persona pericolosa? Stiamo attenti a non fare victim blaming. La Cina è il pericolo, non Taiwan.</p>

<p>La realtà sul campo, secondo gli analisti che conoscono la faccenda, è che nel breve-medio termine la Cina starà buona. C’è da considerare invece il lungo termine. Per la stragrande maggioranza dei taiwanesi la questione è molto semplice: Taiwan è una nazione libera, la Cina è un&#39;altra nazione, che è una dittatura. Purtroppo, il Partito Comunista Cinese non è un agente completamente razionale. Soprattutto ora che al comando c&#39;è un uomo solo che resterà in carica per molto tempo. I taiwanesi hanno ragione a vivere la loro vita senza paranoie quotidiane, gli europei/americani/ecc. hanno torto a pensare che l&#39;invasione cinese sia questione di giorni, ma tutti noi dobbiamo comunque fare i conti con il lungo termine di un regime totalitario che pretende che la volontà di 23 milioni di persone non valga nulla. La storia ci ha insegnato che i bulli capiscono un solo linguaggio, quello della violenza. Se le democrazie liberali dicessero chiaramente e senza mezzi termini che un&#39;invasione cinese di Taiwan non sarebbe tollerata, forse il bullo starebbe un po&#39; più tranquillo.</p>

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      <pubDate>Wed, 17 Jul 2024 09:24:45 +0000</pubDate>
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